Marche a tutto Gas

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centrale a gas

Il rigassificatore di Falconara approvato tra le proteste cittadine, un analogo progetto di Gas de France a Porto Recanati. E un impianto sotterraneo di stoccaggio a San Benedetto del Tronto Una regione sempre più gasata. È proprio il caso di dirlo vedendo quello che accade nelle  Marche. Infatti, nonostante i proclami sulle energie rinnovabili da parte di chi governa la terra del grande Giacomo, i cui versi sono stati ampiamente usati per promuovere le bellezze del territorio, le scelte vanno decisamente in un’altra direzione. Nell’estate del 2011 il consiglio regionale ha dato il via libera per il rigassificatore di Falconara. Ricordiamo che l’impianto sorgerà a 16 chilometri dalla cittadina della costa e a 13 da Ancona, con una capacità di 4 miliardi di mc/anno aumentabile a 8 miliardi. Si tratta di gas naturale liquefatto trasportato liquido a -161°C e riportato allo stato gassoso tramite scambio termico con acqua di mare con riscaldamento autonomo della nave. Verranno aspirati qualcosa come 14 milioni di litri d’acqua marina ogni ora, per 30 anni. L’acqua di mare viene tratta e reimmessa a una temperatura più bassa di 7°. Lo sbalzo termico comprometterà diverse specie marine. L’acqua oltre che più fredda viene ributtata in mare insieme a delle sostanze tossiche della lavorazione. Un progetto, targato Api, approvato nonostante ci fosse un ampio fronte sociale e civico contrario.

Uno schieramento che aveva avuto ampie rassicurazioni dal Presidente Spacca durante la campagna elettorale di due anni fa. Parole al vento. È inoltre sempre in piedi un analogo progetto a venti chilometri a sud del capoluogo regionale, questa volta di Gas de France, a Porto Recanati, provincia di Macerata. Spostandoci verso San Benedetto del Tronto troviamo un’altra vicenda inquietante. Un impianto sotterraneo che dovrebbe stoccare 300 milioni di mc di gas l’anno. La proposta è di Gas Plus e interessa una superficie di 80 kmq che parte dal quartiere Agraria di San Benedetto e si estende in tutta l’area fino a Grottammare sulla costa e il paesino di Monteprandone verso l’interno della provincia. Un’area fortemente antropizzata. Solo grazie alla mobilitazione dei cittadini, inizialmente accusati, come al solito, di «allarmismo» e «terrorismo», il progetto, inizialmente appoggiato da Regione, Provincia e Comune, ha avuto un primo stop con la richiesta del Governo alla società di applicare la Seveso 2, decisione opportuna che rende bene l’idea dei rischi che si potrebbero correre.

In questo quadro arriva l’ultima perla. Si tratta di un grande terminal da realizzare, in tre anni, al porto di Ancona. Un’idea nata da una cordata formata dalla Cmc, Società gas Rimini e Ubaldi costruzioni di Ascoli Piceno. Si prevede l’utilizzo di 5000 metri quadrati dell’area portuale per consentire l’approdo di navi gasiere provenienti dall’Egitto (da una a tre al giorno) e la realizzazione di una condotta sottomarina da fare arrivare fino a Falconara. In sostanza lo scalo dorico e l’area marina circostante vedrebbero transitare circa mille navi all’anno. Una follia di fronte alla quale il Presidente dell’Autorità Portuale, Luigi Canepa, chiude gli occhi abbagliato dal business che porterebbe nella casse dell’Autorithy un milione di euro all’anno, più 60/70 milioni per «interventi compensativi». Badate bene, le navi, tra l’altro, verrebbero costruire in Canada, quindi non ci sarebbe nessuna ricaduta occupazionale.

Senza nessun senso del ridicolo poche settimane fa Canepa ha dichiarato che anche «le associazioni ambientaliste hanno fatto i complimenti per il progetto». Una dichiarazione puntualmente smentita da un documento firmato da una quindicina di sigle, da quelle nazionali ai comitati locali “verdi”, dove viceversa si sottolinea la pericolosità di un progetto simile. Viene evidenziato come ci si trovi di fronte ad un «pericoloso affollamento in mare di navi gasiere davanti al Conero (riviera turistica di particolare bellezza ndr) che si incrocerebbero con le ancor più pericolose maxinavi (50/100 l’anno) che porteranno gas liquido per il rigassificatore dell’Api».

Il terminal avrebbe inevitabilmente ricadute negative sullo sviluppo delle attività portuali, «sia per quanto riguarda il flusso turistico che per gli scambi commerciali». Senza contare che andrebbe a farsi benedire il Piano Regolatore che viceversa prevede il recupero del porto storico per favorire il cosiddetto water front con la città, progetto già da tempo reso alquanto precario dal muro di reti metalliche realizzato per nascondere agli occhi della cittadinanza le politiche di respingimento quotidiane nei confronti dei tanti dannati della terra che giungono nascosti nelle stive delle navi o a bordo del tir di turno. Insomma come al solito si predica bene ma si razzola male.

Le politiche energetiche della Regione ormai disattendono completamente il Pear (Piano Energetico Ambientale) incentrato sulla cosiddetta green economy, pur con tutte le ambiguità del caso visto che ampio spazio viene dato agli impianti a biomasse. Ma in ogni caso si assiste al via libera al gas, in una logico di puro profitto, visto che è tutto da dimostrare un presunto bisogno energetico teso a giustificare scelte del genere. Scelte fatte, come al solito, sopra la testa dei cittadini e confidando nella complicità del mondo politico. Ad Ancona l’unico segnale di contrarietà al Terminal è venuto dalla sezione locale di Sel.

Il Comune è alle prese con una tragicomica crisi, un balletto ormai insopportabile tra il sindaco Fiorello Gramillano e i vari alleati ed ex alleati (leggi Idv) di giunta. Un valzer che ha portato al varo di una nuova giunta, proprio in questi giorni, incentrata sul triangolo Pd, Idv e Udc, la stessa maggioranza che dal 2010 governa in Regione. E intanto c’è chi fa gli affari suoi.